Appunti per un anno

Fino a poco tempo fa, quando ancora mi ritenevo un adolescente con tanti desideri come la maggior parte, gli ultimi giorni dell’anno scrivevo su un foglio gli obiettivi da raggiungere come propositi per i 365 giorni successivi. Suonavo la chitarra, e leggevo moltissimo (cosa che ahimè non mi riesce più), e allora con la mente andavo al disco da realizzare e ad un romanzo da scrivere, cosa, quest’ultima, che alla fine ho realizzato anche se il numero dei miei lettori si è fermato a quattro/cinque, forse meglio così. Oggi, di anni, ne ho 26, e quella vecchi abitudine si è persa, o meglio, ho imparato a pensare passo dopo passo, dare tempo alle cose di avere la propria vita, senza fissarla con paletti o etichette. E cosi, nell’ultimo anno, ho raggiunto dei picchi realizzativi personali che non immaginavo: ho diretto tre cortometraggi, due sono in fase di montaggio; ho lavorato sul set di un film per cinque settimane, e poi svariate cose che mi hanno riempito l’anno. Tante cose, sicuramente, saranno rimaste per strade. Alcune di esse, senza un motivo, Altre, semplicemente dimenticate. Forse non erano così importanti alla fine, o almeno, non lo erano in quel momento.

Ho perso un gatto. Lo consideravo il mio migliore amico, gli volevo bene. Alla mia ragazza, ho detto che l’unico desiderio che avevo, per quanto utopistico possibile, fosse che lui, poco prima di andarsene per sempre, mi abbia pensato, anche di sfuggita. Qualche mese dopo, ne ho presi altri due, e poco più in là, anche un cane e la vita continua. Molto spesso esco a passeggiare, penso ai sogni da realizzare e all’effetto che avrebbe su di me, alle persone a me care, a quelle che rimarrebbero incredule. Altre volte, penso di volermi nascondere da tutti, e fare quello che desidero evitando gli echi del mondo.

Sono più di tre anni che condivido i miei giorni con una ragazza. Per lei, provo un sentimento profondo. Passiamo insieme giorni felicissimi, cantiamo insieme le canzoni più belle, vediamo posti nuovi. A volte, litighiamo cosi forte che potremmo far crollare la Terra. Lo considero salvifico, scannarsi sulle cose importanti. Forse, a costo di chiuderla per sempre. Credo nelle piccole crepe da riempire con le urla, e non alle voragini da annegare con dei sorrisi falsi.

Oggi avevo voglio di scrivere qualcosa su questo blog, uno dei miei rifugi preferiti. Quest’anno compie sei anni. Tengo a lui come ad una delle cose più care. Mi ricorda che ho sempre uno spazio solo mio. In questo momento, mi ricorda che l’unico proposito giusto per il nuovo anno, e seguire il vento del proprio cielo.

 

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Il laureato e il nuovo cinema americano

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Alla pari della Nouvella Vague di matrice francese, la New Hollywood è stata uno dei momenti più importanti e rivoluzionari della cinematografia mondiale, ponendosi in netto contrasto con il modello classico dell’industria statunitense, grazie alle novità sia linguistiche che formali adottate dai nuovi registi e autori, che contribuirono ad innovare la settima arte grazie ad un nuovo metodo di lavoro, aprendo una nuova fase. Il laureato, al pari di film come Easy Rider, può essere visto (in questo senso) come uno dei punti massimi d’esaltazione di questa nuova fase. L’operazione che Mike Nichols realizza è la summa perfetta della nuova ondata: il regista newyorkese mette in scena una semplice (ma allo stesso tempo tormentata) narrazione, adagiando allo schema classico una rivoluzione stilistica e dialettica, dando voce alle forti pulsioni storico-sociali che vibravano sul finire degli anni sessanta. La ribellione giovanile, gli scioperi operai, il netto rifiuto della borghesia, l’orrore e la paura per il confronto bellico in Vietnam: sono queste sensazioni che si dipingono perfettamente sul viso e la personalità di Benjamin Braddock, un giovanotto fresco fresco di laurea (figlio di una classica famiglia borghese americana), che vive lo scoramento della sua esistenza, sospesa in un limbo apparentemente senza uscite. A compromettere definitivamente il suo turbinio emotivo, ecco il lato “oscuro” della seduzione, il sesso come ribellione, che viene veicolato dal corpo elegante e sensuale della Signora Robinson, affascinante amica di famiglia che è allo stesso tempo madre e matrigna di questo scoramento: se da un lato rivolge il suo candore al giovane, aiutandolo a comprendere e ricercare il suo posto nel mondo, dall’altro diventa il simbolo del retaggio borghese, dedito ad un’immagine da mantenere come fosse la cosa più importante, addirittura sacrificando se stessa, salvaguardando la figlia Elaine dal rapporto con il giovane amante. Dustin Hoffman e Anne Bancroft, sono i corpi perfetti su cui dipingere le trame incrociate di umore e sensazioni (senza dimenticare Katharine Ross), con il giovane attore che da lì in poi diventerà un’icona del cinema mondiale del novecento. Nichols, però, è anche uno straordinario regista visivo e sue sono alcune inquadrature che segneranno un crinale tra il vecchio e il nuovo cinema, consegnando alla storia alcune delle sue immagini più iconiche: la gamba elegante e sensuale della Bancroft, i primi piani turbati di Benjamin (straordinario il primo dopo i titoli di testa), la meravigliosa sequenza della piscina, sospesa in una realtà indefinita. Il rifiuto di aderire allo schema formale della vita borghese, il fascino dell’antieroe, la pungente e ironica calibratura dei dialoghi, sconvolsero letteralmente i canoni del cinema del tempo, consacrando il film agli occhi del pubblico giovanile che usciva dall’alienazione dello schema tradizionale americano (trovare un lavoro, trovare una moglie, guidare una bella macchina), attraverso gli occhi di un giovane coetaneo pronto ad assumersi (senza volerlo), lo spirito ribelle di un’intera generazione. In ultima istanza poi, impossibile non citare il commento sonoro del film, sublimato dalle musiche di Simon & Garfunkel, precise e puntuali, malinconiche e struggenti, ossessive e umorali alle diverse fasi emotive del protagonista. Ho dimenticato qualcosa? Avete ragione, gli ultimi 2 minuti del film: la ribellione sacrale, la corsa illusoria sul pullman, l’inquietudine sull’avvenire finale. Ma cosa potrei scrivere davanti ad un momento così?

The fairest of the season e gli amori candidi di Gus Van Sant

Non serve scomodare Nietzsche per assumere l’importanza che la musica ricopre nell’esistenza dell’umanità di oggi e quella che verrà, e tantomeno non devo essere io a parlarvi di come la commistione tra musica e arte cinematografica abbia fatto la fortuna di tante pellicole che hanno lasciato il segno, citando i vari Kubrick, Leone o il Mike Nichols de Il Laureato. Eppure ci sono canzoni che sembravo fondersi perfettamente con il cinema più di altre, e forse in questo fenomeno c’è una visione più grande di quella che le parole possono descrivere; una visione che si manifesta con sensazioni emotive, fisiche e psicologiche, che trasportano la mente del fruitore in una dimensione altra di impossibile catalogazione. The fairest of the season è una traccia emblematica della carriera di Nico, musa e femme fatale dei Velvet Undeground come di Warhol, allo stesso tempo figlia del tumulto newyorkese di fine sessanta e la durezza dell’est europa in pieno secondo conflitto mondiale.

C’è una leggerezza drammatica fin dall’inizio, con quell’arpeggio elettrico in fibrillazione e gli archi che arrivano a cogliere le sfumature più amare di un testo che scivola via con una struggente delicatezza, e in questa visione è impossibile non agganciarsi a quel piccolo gioiello cinematografico di Restless, partorito da una mente altrettanto geniale e versatile come Gus Van Sant. E mai come in questo caso, il testo sembra parlare dei giovani Enoch e Annabel, fin dalle prime battute: Now that it’s time / Now that the hour hand has landed at the end. In due semplici frase, ecco il mondo narrativo dell’intera pellicola, che vive di esistenze flebili e candide, incubati nello spettro di morte e malattia, incurabile e allo stesso tempo salvezza per entrambi. Due anime lontane, tenute insieme da un filo rosso che non si spezza nonostante le recriminazioni, tra la paura di essere e quella di lasciar andar via, tra la consapevolezza di un destino più grande di noi come dice Annabel (le nostre vite sono solo un puntino sulla linea del tempo) e una rassegnazione a capire questo disegno.

Come il cambiare delle stagioni, film e brano vanno a braccetto, alternandosi i toni umorali e visivi, con Van Sant che di per sé tende a realizzare una messa in scena ricca di colori trattenuti, mantenendo allo stesso tempo una scenografia asettica, dove il fulcro restano le due giovani anime solinghe che come una molla si prendono per allontanarsi e infine tornare insieme a tendersi la mano, mediate da corse nei prati di grano e un amico giapponese visibile solo vivendo lo spirito dell’altro. La splendida melodia che veleggia intorno, come fossero gli uccellini tanto amati da Annabel, arriva anche a dare il passo d’addio, e anche stavolta niente come le parole di Nico potrebbero descrivere tutto: And it is finally I decide / That I’ll be leaving In the fairest of the seasons.

The Next Year

Ricco di avvenimenti, felici o meno belli che siano, l’anno che sta andando chiudendosi è stato pieno di esperienze che porterò dietro sempre, non solo per quello che sono stati, ma soprattutto per quanto mi abbiano lasciato dentro.

Ringraziamenti speciali: il concerto di Colapesce, Ruizzo e Minuto, Nick Drake, il cuore rossonero di Gennaro Gattuso, il mio cane Peggy, Cinema sotto le stelle, Papà, le vacanze in Salento, Bluebird e Campagna Elettorale, l’assenza presenza di Woody Allen, il mio amico Gateau, un mese di set indimenticabile, Spiaggia Solitaria, Accademia del Cinema Renoir, i Beatles, i vecchi film in bianco e nero, Olivia, il premio fregellae più decadente della storia, Giadina.

I Migliori Film del 2018

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  1. Roma – Alfonso Cuarón
  2. L’Isola dei Cani – Wes Anderson
  3. Il Filo Nascosto – Paul Thomas Anderson
  4. L’uomo che uccise Don Chisciotte – Terry Gilliam
  5. The Other Side of the Wind – Orson Welles
  6. Lady Bird – Greta Gerwig
  7. Call Me by your Name – Luca Guadagnino
  8. BlacKkKlansman – Spike Lee
  9. I, Tonya – Craig Gillespie
  10. The Post – Steven Spielberg
  11. The Shape of Water – Guillermo del Toro
  12. Lazzaro Felice – Alice Rohrwacher
  13. Tre Manifesti a Ebbing, Missouri – Martin McDonagh
  14. La Ballata di Buster Scruggs – Joel e Ethan Coen
  15. Dogman – Matteo Garrone

I Migliori Album del 2018

kurt-vile-2018-1 1 Kurt VileBottle It In

yo-la-tengo2018_1521418364 2 Yo La TengoThere’s a Riot Going On

Beach-House-7-LP 3 Beach House7

abysskiss 4 Adrianne LenkerAbysskiss

snailmail2 5 Snail MailLush

Ryley Walker- Deafman Glance 6 Ryley WalkerDeafman Glance

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Let_s Eat Grandma_ I'm All Ears 8 Let’s Eat GrandmaI’m All Ears

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Se ad oggi le certezze della vita vanno riducendosi via via con il passare del tempo, Kurt Vile resta una di queste, se a questo vogliamo dare l’accezione di guitar hero contemporaneo. Bottle It In, l’ultimo lavoro dell’autore di Philadelphia, è uno di quei dischi che suonano ogni volta come una scoperta. Sia chiaro, non stiamo parlando di quel capolavoro senza tempo di Wakin on a Pretty Daze, ma ascoltando questo lunghissimo album di quasi 80 minuti, viene fuori tutto quello di cui la musica indipendente americana ha bisogno: votato meno all’elettrica e più alla folk music, le tredici tracce (eccezione per la cover Rollin With the Flow), scorrono con un passo meraviglioso, connotando al suo autore una caratterista ad oggi esclusiva nel realizzare composizioni omeriche che potrebbero durare anche venti minuti senza perdere la loro carica. C’è una piacevole nostalgia a percorrere l’intera produzione, e in questo, la bellissima Bassackwards diventa manifesto, grazie ad una voce simil cantore, una ritmica acustica appena accennata e un vibrante scambio tra chitarre e le tastiere a modi ossessivo punteggio. One Trick Ponies e Loading Zones (imperdibile il video), recuperano le influenze di cui Tom Petty e padrone assoluto, e consentono all’album di mantenere quella candida sensazione di una jam perpetua in cui tutto arriva ad arricchire. Impossibile non voler bene a questo ragazzotto di 38 anni, all’ennesima ottima prova della sua carriera che, nonostante l’accoglienza meno entusiasta delle volte precedenti, si conferma come uno degli autori fondamentali della musica anni dieci del 2000.